Omelia a San Giuseppe Cottolengo
Omelia dell'arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, mons. Cesare Nosiglia, per la festa di San Giuseppe Benedetto Cottolengo Torino, 30 aprile 2020 L'Amore è più forte: questo motto, che abbiamo posto alla base della recente contemplazione della Sindone, risuoni nella coscienza della nostra Chiesa nella festa del Cottolengo, maestro e artefice di un cammino di conversione che ha posto alla sua fonte e alla sua base la carità verso i più poveri e derelitti della società. La sua vita è stata tutta dedita a donare il Vangelo a tanti ultimi e scartati dal contesto sociale ma prediletti del Signore: per questo il Cottolengo li amava e li considerava "padroni" a cui doveva accoglienza e obbedienza. Oggi poi stiamo vivendo una stagione quanto mai difficile e carica di grande sofferenza e preoccupazione sia per la Chiesa che per l'umanità intera. È in questo contesto profondamente umano che celebriamo il ricordo vivo e coinvolgente di san Giuseppe Benedetto Cottolengo, il santo della carità come viene chiamato, l'icona dell'Amore più grande, perché lo ha testimoniato e vissuto nella fede e nell'accoglienza dei suoi buoni figli, come chiamava i poveri assistiti, per cui ha offerto tutto se stesso. «Ogni volta che avete fatto queste cose al più piccolo dei miei fratelli, affamato, assetato, prigioniero, nudo,straniero, malato, handicappato grave sia psichico che fisico... l'avete fatto a me». Se saremo giudicati su queste azione concrete che abbiamo rivolto ai nostri fratelli e ammalati e poveri, allora san Giuseppe Benedetto Cottolengo ci indica la strada per assicurarci un giudizio benevolo e misericordioso , strada che lui ha percorso fino in fondo senza mai stancarsi e fino all'estremo del suo cuore e delle sue forze .Il suo cuore è stato come bruciato dall'amore: «Charitas Christi urget nos» («La carità di Cristo ci spinge con urgenza verso gli altri») è stata la molla che ha prodotto i miracoli di un amore che perdura ancora oggi e ha il centro vivo in questa Piccola Casa dove trovano sostegno, conforto e accoglienza tante persone sofferenti e poveri di cui è purtroppo sempre più colma la nostra città. Qui, nella «cittadella dei miracoli» come la definì san Giovanni Paolo II, si sperimenta giorno per giorno con concretezza e serenità questo amore più grande, che si realizza nel silenzio, senza cercare quel rumore mediatico che affascina invece tante realtà anche di impegno sociale e solidale che sono sempre sotto i riflettori. San Giuseppe Benedetto Cottolengo ha voluto che la sua opera così incisiva e potente sul piano dell'amore fosse riservata a privilegiare proprio coloro che non hanno bisogno di roboanti parole o di virtuali approvazioni, ma al contrario di cose molto concrete che rispondano ai loro bisogni reali e quotidiani e si arricchiscono di gesti di tenerezza e di bontà che nascono dall'incontro dei cuori di persone che sanno guardasi negli occhi e comprendere nel profondo della loro anima le esigenze più vere anche del corpo. La particolarità poi di questo amore, come Cristo ci mostra nel Vangelo, parte sempre dal ritenere prioritaria la relazione verso ogni singola persona, mai solo la massa, il tutti che è anche nessuno. Ogni persona infatti va amata nelle sue necessità ed esigenze individuali a cui occorre rispondere con gesti ricchi di umanità e di spiritualità, curando il corpo per curare l'anima, suscitando fede e riconoscenza a Dio a partire dalle situazioni di grave malattia o sofferenza, considerate fonte di vita e di fede, e da cui deriva la salvezza; ai malati che chiedono la guarigione Gesù dice: «è la tua fede che ti ha salvato». Così san Giuseppe Benedetto Cottolengo ha agito e imitato Cristo e ha lasciato alle sue Figlie e figli e a tutti noi l'esempio di cosa significhi amare. L'amore che si vive e agisce nelle Piccole Case della Provvidenza sparse oggi in tutto il mondo è un amore che rivela la Provvidenza del Padre e nasce dalla fede nella sua benevolenza verso ogni suo figlio bisognoso e sofferente, nella sua misericordia senza limiti, nel suo amore infinito, e diventa azione concreta di condivisione fino a farsi carico in prima persona e senza remore del prossimo, fino a dare la vita per lui. È un amore, quello che il Cottolengo ha voluto fosse al centro della sua opera, che si fa carico di quelli che vivono nelle periferie delle periferie e quindi verso gli ultimi degli ultimi, i disabili psichici o fisici che nessuno vuole o che costituiscono un problema per la società e che si cerca persino di nascondere agli occhi di tutti o che fanno compassione ma che non si ha il coraggio di considerare come fratelli e sorelle a cui donare non solo servizi e accoglienza, ma la propria stessa vita momento per momento, giorno per giorno fino a consumare 2 se stessi per loro come Cristo, che ha consumato se stesso per ogni sofferente, povero, derelitto, e per ogni uomo senza ma e senza se, senza preconcetti rifiuti o semplici gesti consolatori. Il 21 giugno 2015 è venuto alla Picccola Casa papa Francesco e ha abbracciato e confortato uno a uno tutti gli ospiti: questo gesto, ripetuto da tutti i Pontefici nella loro visita a Torino, indica quanto la Chiesa nella sua autorità massima ama e indica nella figura del "Santo della carità" un modello di fede e amore da accogliere e seguire da parte di ogni cristiano e uomo di buona volontà. Al Santo che oggi onoriamo e ricordiamo rivolgiamo dunque la nostra preghiera perché ci aiuti a camminare sulle sue vie e protegga i suoi figli e figlie e la sua opera, affinché sia una luce luminosa di carità per tutta la Chiesa e tutto il mondo, che ne hanno tanto bisogno. E Maria santissima, a cui il Cottolengo si è sempre affidato come figlio traendone forza e consolazione, ci aiuti a credere sempre nell'impossibile di Dio e a non arrenderci mai di fronte a qualsiasi situazione che ci interpella, e infonda nel nostro cuore la speranza di poter sperimentare ogni giorno la bellezza e la dolcezza del suo amore di madre, compiendo come lei la volontà di Dio e attendendo da Lui la sola e unica ricompensa del bene che riusciamo a fare nel suo nome.

